[di Ernesto Miramondi]

CAMBIAMENTI CLIMATICI E SVILUPPO ECOSOSTENIBILE

         [Foto di Ernesto Miramondi]

                                                                                                                   

“Il vecchio diceva, guardando lontano:
 Immagina questo coperto di grano,
 Immagina i frutti e immagina i fiori
 E pensa alle voci e pensa ai colori

 E in questa pianura, fin dove si perde,
 Crescevano gli alberi e tutto era verde,
 Cadeva la pioggia, segnavano i soli
 Il ritmo dell’uomo e delle stagioni”

Da “Il vecchio e il bambino” di Francesco Guccini

 

La visione premonitrice di Francesco Guccini in “Il vecchio e il bambino” era del 1972. Si Riferiva alla distruzione del mondo da parte dell’uomo per mezzo delle sue azioni dissennate. Le figure materializzate nella canzone sono quelle di un vecchio e un bambino che si muovono tenendosi per mano verso un tramonto dell’umanità in uno scenario di desolazione senza ritorno, apocalittico, probabilmente a seguito di un olocausto nucleare.

Di contro, c’è voluto del tempo prima di prendere atto che non era necessaria “la bomba” per arrivare ad una profonda e dolorosa modifica del territorio e del clima ad opera delle attività umane. Infatti bastava e ancora basta non attuare nessuna forma di cambiamento e continuare a mantenere stili di vita ed economie basate su consumi e sprechi indiscriminati, senza efficaci politiche di controllo.

Quanto tempo trascorso per i miseri risultati raggiunti, se si pensa che la prima Conferenza Mondiale sul clima è avvenuta nel 1979 con l’obiettivo dichiarato di riconoscere e prevenire i potenziali cambiamenti climatici ad opera dell’uomo.

Da allora è stata un’interminabile sequenza di incontri tra i grandi della terra, con scambi di opinioni troppo spesso drogati da interessi locali e vacue promesse.

Risoluzioni più o meno accettate, azioni più o meno avviate, grandi tentennamenti, accuse a vicenda. Tutto questo nel corso di decenni in cui gli eventi climatici sono diventati sempre più tangibili, in un crescendo di devastazioni di cui l’opera dell’uomo ne è risultata la maggior responsabile.

In quella lontana Conferenza del 1979, a partire dal primo punto in discussione, ovvero il “buco nell’ozono”, per mettere a punto una strategia operativa globale, furono necessari otto anni, passando per la Convenzione di Vienna del 1985 e successivo perfezionamento nel Protocollo di Montreal, due anni dopo.

Tempi lunghissimi rispetto all’aggravarsi galoppante del problema. Vero che nel ’79 si era agli albori di una presa di coscienza, e che ancora il cambiamento climatico registrava varie “interpretazioni” sulla sua natura. Inoltre non vi era una forte spinta da parte dell’opinione pubblica.

Si è dovuto arrivare agli anni novanta perché fosse dato maggior credito a quanto emerso nei vari studi attuati dalla ricerca scientifica sui cambiamenti climatici e la loro natura.

Infatti, da un breve excursus storico, è ben sulla scorta delle pubblicazioni del 1990 a cura dell’IPCC (Organismo scientifico ONU) che vengono pienamente confermate le conclusioni del mondo scientifico sui motivi dei cambiamenti climatici.

Nasce così, durante la Conferenza dell’ONU del 1992 a Rio de Janeiro, a seguito del primo Summit per la terra e sul clima,  La Convenzione quadro sui cambiamenti climatici (UNFCCC).

La Convenzione è stata firmata da più di 150 paesi e ratificata da più di 185 stati e riconosce che l’evoluzione del clima costituisce una preoccupazione comune dell’umanità e viene posto l’accento su una comune valorizzazione e utilizzazione delle risorse ma nulla sulla tutela ambientale.

E’ entrata in vigore due anni dopo, nel 1994.

Nasce la COP

Per concretizzare le iniziative prese dagli stati membri (UNFCCC), attuare e controllare le strategie necessarie di volta in volta, nasce la Conferenza delle Parti (COP).

La prima, COP1, si è tenuta a Berlino dal 28 marzo al 7 aprile 1995 ed è nota come il “Mandato di Berlino”.

Durante la COP3, tenuta nel Dicembre 1997 nella città di Kyoto, viene messo a punto quello che è noto come “Il protocollo di Kyoto”, un trattato internazionale in materia ambientale riguardante il surriscaldamento globale.

      [Protocollo di Kyoto]

E’ il documento UNFCCC più famoso di tutti. Sottoscritto da più di 180 Paesi e entrato in vigore il 16 febbraio 2005.

A maggio 2013, otto anni dopo, gli Stati che hanno aderito e ratificato il protocollo sono stati 192, con ulteriori obiettivi di taglio delle emissioni serra.

Attualmente siamo alla COP26 che è in questi giorni in atto a Glasgow, Scozia. Si sta assistendo a grandi dibattiti, molti i proponimenti e stupefacenti promesse per ridurre l’effetto serra. Proponimenti che vanno dallo sviluppo sostenibile alla firma, sottoscritta praticamente all’unanimità del documento contro la deforestazione. Riconfermata la piena volontà ad arrivare a emissioni 0 di CO2 entro il 2050. Costanti battibecchi tra le grandi potenze su chi è più green salvo poi non sottoscrivere la dismissione delle centrali a carbone.

Ma del resto il carbone è il minerale che costa meno per l’approvvigionamento energetico e, per i paesi del terzo mondo, rimane l’unica possibilità se non vengono aiutati. Praticamente in ogni COP si sono stanziati fondi per il terzo mondo. Ma la cifra realmente impiegata non è mai stata pari agli obiettivi indicati. Anche in questa COP26 si parla di cifre astronomiche da mettere in campo per la decarbonizzazione. La speranza è che sia cosa reale e non solo puro e semplice greenwashing!

Praticamente, per dirla alla Greta Thunberg, “si è fatto un gran bla,bla,bla” ma forse questa volta potrebbe non essere solo così..!

Credo che in questa breve carrellata storica viene ben a evidenziarsi come, a fronte di evidenti dimostrazioni sulle cause che stanno determinando i cambiamenti climatici in atto, riuscire a mettere tutti d’accordo è cosa lunga, laboriosa e oserei dire anche pericolosa perché il rischio di superare il “punto di non ritorno” è grande e già stiamo avendo le prime avvisaglie, terribili nelle loro potenzialità distruttive.

Volendo tuttavia tracciare un bilancio complessivo, non si può dire che proprio nulla sia stato fatto. Di sicuro è cresciuta l’apprensione sulle sorti del pianeta e con essa la coscienza dell’opinione pubblica rafforzando sempre più la sensibilità verso i temi ambientali.

Certo siamo ancora ben al di sotto del necessario, ma sicuramente va affermandosi sempre più il desiderio di qualcosa di nuovo.

Si è alla ricerca di un nuovo modello di sviluppo più consono e a misura d’uomo, che tenga in maggior conto un quotidiano più salubre e virtuoso dell’ambiente.

  [Foto di Dario Micheloni]

Ci si chiede come ci nutriamo, con che cosa, se i metodi produttivi siano rispettosi dell’ambiente e se non incrementino in modo spropositato i gas serra. E poi, ancora, come il cibo arriva sulle nostre tavole, come ci riscaldiamo, come ci muoviamo e che peso hanno le singole scelte umane sulla sorte del pianeta.

Un crescendo di consapevolezza che abbraccia in toto il nostro stile di vita mutandolo con scelte consapevoli. Volutamente parche, alla ricerca di un modo di vivere sostenibile.

E’ in atto un’importante rivoluzione soprattutto del linguaggio che ci viene riproposto continuamente dai mas media, dagli spot pubblicitari ai cicli produttivi e distributivi (troppo spesso sono solo parole). Dove termini come “basso impatto ambientale”, “sviluppo ecosostenibile”, “obiettivi globali”, “fa bene al pianeta” si ritrovano ovunque. Dalle scatole dei biscotti ai grandi processi produttivi.

Ma come accade in ogni rivoluzione gli artefici non sono quasi mai i beneficiari e, in questo, il rischio è che tutto possa essere vissuto dai molti come “moda del momento”. Una sorta di nuovo modo per fare business.

Ma questo purtroppo non è, quanto sta accadendo è terribilmente serio! Stiamo letteralmente bruciando il nostro presente e il futuro delle generazioni a venire!

Quindi diventa oltremodo necessario sostenere e rafforzare sempre più il processo di sensibilizzazione verso la necessità di cambiamento, in primo luogo per non soccombere ma anche perché trattandosi di soluzioni globali, che investono l’intero pianeta, il cambiamento potrebbe essere davvero epocale.

Basterebbe anche solo raggiungere gli obiettivi posti nell’Agenda 2030.

[Obiettivi “Agenda 2030” per lo sviluppo sostenibile]

Si tratta di un piano d’azione per lo sviluppo sostenibile su temi condivisi giudicati di vitale importanza per umanità intera e esposto in 17 punti che sono poi gli obiettivi da conseguire entro il 2030.

Agenda 2030 è stata approvata e condivisa da ben 193 Paesi, membri dell’ONU, nel 2015.

Dei 17 punti ne citiamo solo alcuni: lotta alla povertà, eliminazione della fame, contrastare il cambiamento climatico, ridurre l’ineguaglianza tra le genti, anche quella di genere.

I “grandi della terra” hanno avviato i primi step di Agenda 2030 già a gennaio del 2016. Sono passati quasi sette anni!

E tanti sono i ghiacciai che si sono profondamente ridotti in questi sette anni. La temperatura media non è discesa e le grandi foreste continuano a sparire per mano dell’uomo e per via degli incendi e l’unica cosa certa è che le isole di plastica in mare sono sempre più vaste al pari forse dell’innalzamento degli oceani. La morte da malnutrizione non è seconda a quella per guerre e un fiume di persone si muove quotidianamente varcando mari, montagne e deserti sfidando la morte, in preda al dolore.

Ma dobbiamo crederci e fare ognuno la nostra parte perché sono gli unici imperativi possibili.

Perché i nostri figli hanno il diritto a non aver paura del futuro. Hanno tutto il diritto di costruirselo il loro futuro.

   [Foto di Dario Micheloni]

E, a parer mio, se non vogliamo che tutti i grandi, bei propositi restino solo su carta, ad alimentare storie fantastiche da raccontare ai più piccini per farli addormentare, occorre non abbassare la guardia, occorre mantenere una soglia di attenzione alta affinché vengano davvero attuate tutte quelle misure necessarie ad abbassare l’effetto serra. Ma anche a combattere qualsivoglia forma di inquinamento, sia in modo soggettivo, cercando di attuare stili di vita più sostenibili, sia su grande scala favorendo immediati sviluppi ecosostenibili ma anche solidali.

Senza mai dimenticare che I grandi inquinatori non sono molto diversi da chi ha compiuto stragi. Anche loro hanno sulla coscienza migliaia di morti oltre al degrado ambientale da loro creato. Chi continua ancora a sversare nei fiumi, nei mari e nelle falde, o continua a sotterrare rifiuti tossici quando non li mette direttamente nei campi coltivati è un criminale e come tale dev’essere trattato, cosa che di fatto non avviene quasi mai!

  [Foto di Dario Micheloni]

In tema di nostri figli poi ci sarebbe da meditare sulla presa di coscienza e sul loro modo di protestare. Inevitabile per me, data la loro giovane età, pensare a quale grande fallimento è stato per loro il mondo dei grandi. Altro che “i grandi della terra”!

Chi ti dovrebbe insegnare la via, di fatto non lo fa o non così celermente come dovrebbe.

In pratica si sono ribaltati i ruoli. Sono le giovani generazioni che, pur non avendo i grandi strumenti di analisi che hanno i governi, ci indicano la via. Forse perché hanno meno a cuore il potere economico e molto di più la certezza che il rischio di non avere più un futuro è davvero grande.

Se oggi dovessimo riscrivere il pezzo di Guccini, cinquant’anni dopo, questo suonerebbe così:

 

 

   [Foto di Dario Micheloni]

“Il bambino e il vecchio camminano 

incontro alla sera e il bimbino parlando al vecchio gli dice 

Ricordi? tutto questo era pieno di vita e di colori

ed ora è distrutto.

Il vecchio ristette muto. 

e il bambino guardando lontano, gli dice

Ma quale grande pazzia vi ha mai ghermito per uccidere tutto questo?”

Non mollate ragazzi!