[di E. Miramondi]

Copertina de "IL GIORNO CHE NON TI HO UCCISO Ed. Homo Scrivens - di Sarah Mustafa

“Copertina de “IL GIORNO CHE NON TI HO UCCISO Ed. Homo Scrivens – di Sarah Mustafa”

“Il giorno che non ti ho ucciso” è un romanzo denso di grandi emozioni, carico di notizie storiche, aneddoti e stati d’animo che rendono perfettamente la profonda sensibilità e conoscenza dell’autrice nelle situazioni descritte.

Un romanzo vivo ma che non ti aggredisce, ti avvolge lentamente, un po’ come quando scendi al mare dalla riva…

ci si appresta ad aprire la prima pagina preparandoci quasi ad accogliere un giallo.

Il titolo può essere da giallo, e il prologo poi… addirittura un rapimento da parte del Mossad!

E… invece no, o meglio, non solo.

Nella lettura a poco a poco la realtà attorno a noi muta, sfuma e ci si ritrova immersi e partecipi di due mondi paralleli.

Da una parte quello del ‘73 con le lotte operaie e studentesche e dall’altra in un brandello di storia della Palestina del ‘67, sul filo del racconto di un Omar sedicenne.

Un racconto fatto di sentimenti, di vissuto nella quotidianità di un campo profughi che, via via che la narrazione evolve, ci conduce a momenti di grande dolore e orrore,

sì, allora come ora, in una sequenza che non ha fine.

Ma che riesce anche a porre in rilievo la grande, infinita dignità di un popolo profondamente legato alle proprie radici, alla terra che gli appartiene da generazioni “…camminare sapendo che è tuo di diritto…”, e che resiste per non morire.

Che poi, la lettura del romanzo, per persone come me, coetanee di Omar, Carla e Bruno, tre dei personaggi chiave, si tramuta inevitabilmente nel ritorno ad un vissuto mai sopito. 

Ci si ritrova in un coacervo di sentimenti che ancor oggi ribollono sotto le ceneri dell’anima. Nelle molte contradizioni, tantissimi sogni e grandi, esaltanti momenti, a volte tragici vissuti allora. 

L’eterna speranza, a volta certezza, di un cambiamento possibile, molto vicino. Giusto lì, a portata di dita, come quando si cerca di afferrare i pesciolini che ci nuotano accanto. 

E le parole d’ordine che echeggiavano nelle università così come nelle fabbriche erano molto semplici, immediate; lavorare, studiare, lottare per dar vita ad un mondo migliore, più giusto, più attinente ai bisogni umani.

Le mobilitazioni nascevano come atti spontanei, segno di una presa di coscienza che diventava sempre più movimento.

Per molti è stata solo utopia per molti altri un’idea nuova, forte, che in parte ha saputo davvero essere il motore di cambiamenti epocali.

Questi gli anni prima, durante e successivi al ’68 e il libro ce li riporta magistralmente attuali. Senza forzature o mirabolanti analisi politico-sociologiche, molto più semplicemente con l’uso della narrazione.

Una narrazione che entra nelle case, nel quotidiano delle persone con semplicità e ci porta in luoghi e mondi diversi, non ricchi ma sempre dotati della stessa grande umanità.

Emergono, nella descrizione dei personaggi vissuti in quel periodo, aspetti peculiari che li identificano perfettamente nella loro soggettività.

Riconosco e rivedo nei genitori di Carla, i miei stessi genitori così, come quelli di tanti altri.

Figli di una guerra attraversata in malo modo e di un presente fatto di cose essenziali.

Ci si adattava giusto per farci stare tutto, in un vissuto molto spesso sul filo della povertà, in cui bastava la perdita di un’entrata anche se malpagata per passare dallo stato di piccolo borghese a sottoproletario.

E tutto questo sempre e comunque vissuto con grande dignità e altruismo.

Ritrovo nel loro retrobottega il soggiorno dei miei. E mio padre sulla sua poltrona, in uno scampolo di tranquillità prima di coricarsi. E poi, bastava spostare la poltrona e aprire il vecchio banco da disegno, allineare il pantografo, regalo dismesso di un vecchio ingegnere e quel soggiorno diventava altro.

Quello stesso soggiorno che poi era la camera da letto per me e mia sorella.

Sul filo del romanzo troviamo poi Bruno, un giovane dal modo d’essere sicuramente alternativo, aperto alle nuove idee ma mai scapestrato, privo di sensibilità. Archetipo della persona impegnata, solida e legata ai movimenti alternativi di sinistra.

Grande spirito critico e capacità di analisi. Profondamento legato ai processi evolutivi nella fabbrica, alle lotte e alle esigenze dei lavoratori.

Attraverso di lui rivivo le grandi assemblee di fabbrica, i CUB, i picchetti, le lotte contro il cottimo, lo spirito forte di una classe che ormai giace defunta e una canzone, una sopra le tante altre: “Contessa”.

Grazia è l’archetipo di una persona come tante che attraversano i tempi e le società senza mai una posizione davvero critica. Potremmo forse dire che vive in funzione di sé. Ho conosciuto e conosco moltissime persone così. Non le critico.

Carla e Omar, le due figure centrali del romanzo, personalità così apparentemente diverse eppure così straordinariamente affini nel modo di comunicare, di cercarsi, di vivere gli accadimenti. Il loro è un amore semplice, spontaneo ma tenace, capace di sfidare gli eventi.

Carla è la vera espressione di un mondo che evolve. E lo fa attraverso la presa di coscienza e il voler vivere in prima persona le lotte operaie con tutti i rischi che questo comporta.

“Il mondo non può essere solo quella dannata macchina su cui mi hanno relegata e che rappresenta l’unica fonte di sostentamento mio e della mia famiglia. Senza opportunità, senza scopo posso solo essere la continuazione della macchina stessa. No!” 

E la macchina le è stata tolta, il lavoro le è stato tolto perché non remissiva, perché desiderava fare le scuole serali e i corsi delle 150 ore.

“I camici bianchi che ti controllano e ti fanno pesare le volte che vai al cesso e trattano le indisposizioni, le mestruazioni, come atti contrari alla morale perché contrari alla produttività, non possono essere il solo metronomo della vita”

Capire per crescere, rendendosi sempre più conto che il mondo non ti vuole emancipata, istruita, ti vuole remissiva e ottusa per poterti sfruttare al meglio. Perché il coraggio di spostare verso l’alto l’assicella del tuo destino non piace al sistema, può cambiare l’ordine costituito delle cose.

Ma Carla non abbassa lo sguardo e non rinuncia alla lotta giusto per riacquistare quel posto di lavoro che le è stato tolto così, in modo assai sgarbato, e si prepara allo sciopero.

L’incontro quasi fortuito con Omar, studente palestinese, è il punto di svolta. Attraverso di lui le si apre un mondo composito, ricco. A partire dagli incontri in ambiente universitario, alle persone che abitano e frequentano la casa di Omar. Con lui scopre la questione palestinese.

Omar. Nel 1973, a vent’anni, ha già un vissuto pesante. La sua storia parte da molto più indietro, nel campo profughi palestinese di Al Fawwar, vicino a Hebron e le pagine che ne descrivono i luoghi, le usanze, la quotidianità di intere pacifiche famiglie costrette a vivere in scatole di latta, sono tra le più belle e ricche di poesia. 

Attraverso Omar emerge il racconto di un luogo descritto nei minimi particolari, con tutta la povertà e le privazioni ma anche con tutto l’ingegno e la dignità di chi l’abita. 

Emergono figure di straordinaria forza, come il padre di Omar, persona buona e grandemente riservata ma con un profondo senso della famiglia e della giustizia, segnato dalla insanabile ferita arrecatogli dalla Nakba, la catastrofe; un vissuto doloroso fatto di uccisioni, distruzioni di interi villaggi e dalla struggente malinconia per il suo villaggio da cui è stato brutalmente cacciato dai sionisti.

Farida, la madre, persona dotata di un infinito coraggio, persona forte e incrollabile sostegno di tutta la famiglia.

E poi la sorella, gli zii, i conoscenti, in un costante mescolarsi, senza demarcatori importanti tra le famiglie nel vivere quotidiano.

E Walid, cugino di Omar, ragazzo eroe, martire, sadicamente trucidato da un soldato israeliano.

Omar, è un filo conduttore che abbraccia e descrive da scrittore ma anche da poeta, tanti momenti salienti del calvario vissuto dal popolo di Palestina, descrive benissimo il carisma e la forza che emanano personaggi come il poeta Mahmoud Darwish, il musicista Marcel Kalife o il leader Yasser Arafat.

Descrive il calvario di un nuovo tremendo esodo che si abbatte su di lui e la sua famiglia a causa della guerra dei sei giorni, descrive momenti terribili come i fatti prima, durante e dopo il massacro del campo Palestinese di Tell al-Zaʿtar e molto, molto altro ancora…

Va oltre, abbracciando l’internazionalismo in prima persona, narrando le vicende in un paese fratello, quello irlandese, anch’esso vittima degli gli stessi patimenti, in regime di occupazione coloniale.

Momenti di un vissuto terribile che possono divenire la causa di un odio profondo, estremo, e dar luogo ad atti di dolorosa vendetta.

Ma Omar rimane fedele a quanto promesso a suo padre;

“Avere un figlio è una benedizione ma avere un figlio istruito è una grande benedizione non solo per me ma per tutto il popolo”

“Tu e i tuoi compagni dovete studiare, leggere i giornali, conoscere le leggi, prendere in mano il nostro destino. Dovrai cambiare le cose, e per farlo devi prima capirle”

Ed è questo che muove le azioni di Omar.

E quando il bisogno di fare qualcosa di fisico, di concreto, gli arma la mano, non si fa accecare né dall’odio né dalla collera.

No! si ferma.

E non per qualche forma di pietà ma per la propria dignità; in fondo, perché divenire simile a chi ti è aguzzino? Che senso ha sparare ad un innocente, farsi accecare dalla sindrome del cane pazzo e divenire un assassino?

E Carla in tutto questo è presenza viva, costante. Compagna di Omar, pertanto coinvolta emotivamente prima ancora che per i racconti di Omar. Mantiene il filo temporale e la fluidità del racconto fino alla fine. Ed è nel finale, che si scopre un tratto essenziale del racconto.

Una specie di chiave di svolta nelle mani di un funzionario del Mossad. E’ una poesia di Omar dal titolo “Il giorno che non ti ho ucciso”.

L'autrice Sarah Mustafa

[L’autrice Sarah Mustafa – foto di E.Miramondi]

In un incontro per la presentazione del libro Sarah Mustafa, l’autrice, ha detto che, per ogni palestinese il raccontare è un bisogno primario. Per non dimenticare, per affermare la propria identità e il proprio stato di essere umano.

Ecco, personalmente ritengo che lei ci sia riuscita benissimo sia in questo di libro che in quello precedente.

In più ritengo che il racconto di due mondi all’apparenza lontani che si intrecciano diventando patrimonio di entrambi ne rende più forte e universale il messaggio. Non siamo diversi, ci unisce un filo che si chiama solidarietà. Carla e Omar sono la solidarietà. Una solidarietà pulita.

Allora scendevamo in piazza per le fabbriche, per le scuole ma anche per il Vietnam, per le vicende sud americane, africane, per Cuba e per ogni luogo in cui si manifestassero violenze e soprusi, inclusa la questione palestinese; la mia Kefiah risale a quei tempi, non dopo il 7 ottobre del 2023.

È giusto narrare di quei tempi, non come atto nostalgico ma per ricordarci di com’era, delle conquiste fatte con grande dolore e trasmetterlo alle nuove generazioni. È doveroso raccontare quanto accadde e sta accadendo in Palestina ed è giusto che la narrativa abbia il cuore e il volto di Omar e Carla.

Davvero un bel romanzo, Sarah. Grazie.

[Qui il link alla recensione del suo primo libro a cura di Emanuele Azzità]