[Testo di Giovanna Volpi]

[Foto di E.Miramondi]

ARTE CHI E’COSTEI?

C’è un signore, in Inghilterra, che si chiama Alan Bennett: oltre a scrivere libri deliziosamente arguti, commedie teatrali e sceneggiature, è un Trustee (curatore) per la National Gallery di Londra.

In uno dei suoi libri, L’imbarazzo della scelta (un gioiellino di mini-libro da 40 pagine pubblicato da Adelphi), racconta di come sia stato interpellato per scegliere quattro dipinti da riprodurre e appendere in tutte le scuole del Regno Unito così che i ragazzi possano avere sotto gli occhi tutti i giorni un capolavoro della storia dell’arte.

[Foto tratta da Internet]

 Mentre il signor Bennett ci racconta quanto sia difficile scegliere (perché Antonello da Messina va scelto per forza e anche Piero della Francesca, ma aspetta, di Tiziano non si può fare proprio a meno, e che dire di Emmanuel de Witte e del dittico Wilton? Il Caravaggio, poi, imprescindibile, eppure anche Thomas Gainsborough, ma non si può tralasciare il Pollaiolo o Paolo Veronese!) e mentre ci spiega cosa ha scelto alla fine, ci accorgiamo che ci ha parlato di educazione: l’arte educa al bello, e il bello ha il potere di cambiarci. 

Altroché se ha ragione: oltre alle storie che vengono narrate in sé sulla tela spesso tratte da miti, parabole religiose, avvenimenti storici, momenti riconoscibili e condivisi, un quadro possiede la proprietà della materia con la quale è stato dipinto. Il nostro cervello registra i dettagli della pennellata, la quantità di colore che è stata spalmata, spruzzata, sgocciolata, riesce a ricostruire il gesto del pittore così come i nostri muscoli si contraggono con i danzatori quando assistiamo a un balletto. La materia ci parla, insomma, con un linguaggio che il nostro cervello riconosce.

Se Jackson Pollock e i suoi sgocciolamenti o Vincent Van Gogh con il colore in rilievo ci colpiscono anche attraverso una riproduzione, che rapimento possiamo provare davanti all’originale?

Abbiamo tutti la consapevolezza che quella tela sia stata nelle mani del suo autore o della sua autrice, che lui o lei l’abbiano toccata, e che sì, ci sono ancora di certo le loro impronte sui bordi. Non abbiamo tutti la sensazione che l’autore sia qui da qualche parte, che si sia allontanato un attimo e che potremmo incontrarlo se solo restassimo qui ancora cinque minuti?

Non sono una storica dell’arte, il mio lavoro è raccontare storie; le mie colleghe di Calliope sono molto più informate di me, eppure tutte concordiamo su un fatto: un’opera d’arte, pittorica o scultorea possiede qualità comunicative proprie eppure va raccontata: chi era la persona che ha dipinto quell’immagine, quanti anni aveva, cosa stava vivendo in quel momento? Perché ha dipinto proprio questa immagine? Cosa ha scelto di dire, come ha scelto di vivere? Con chi parlava? Cosa leggeva, cosa ha studiato, chi erano i suoi eroi, i suoi amori, i suoi riferimenti?

 [Foto di E.Miramondi]

Grazie alla tecnologia, strumento utile e potente, possiamo raggiungere il sapere ovunque ci troviamo, a qualunque età e in qualunque lingua, eppure la figura dell’educatore, della guida, del Virgilio, insomma, è quanto mai cruciale.

Come ogni cosa, insomma, è il modo in cui si racconta una storia che rende la storia memorabile.

Breve appendice all’articolo