[di Ernesto Miramondi]

UN INCONTRO DEL TUTTO CASUALE..

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Sul palco uno schermo gigante posto in alto e nove leggii a reggere altrettanti tablet accesi disposti sulla scena. Al centro un uomo intento in una danza che solo a tratti si collega alle immagini dei tablet e dello schermo gigante.

E’ la coscienza di un essere umano, immersa in un mondo che si muove incurante del singolo, in un incedere sordo e inamovibile. Fuori campo un coro di voci narranti, da tragedia greca.

Una commistione tra narrazione poetica e mito greco per descrivere fatti e aspetti di un mondo attuale.

E’ il TeatrInGestAzione che quest’estate, presso la Fondazione Feltrinelli di Milano, presentava in anteprima “Na-Creature Long Play Track“, all’interno del festival “Welcom to SOCOTRA”, un viaggio immaginifico fatto di teatro, musica e satira per raggiungere la piccola isola di Socotra, terra di sogno in una realtà da futuro prossimo, luogo dove tutte le creature possano ritrovare il loro alveo di vita, in piena dignità.

[Anna Gesualdi e Giovanni Trono]

I “CüntaSú” non potevano non incontrare il TeatrInGestAzione e così, abbiamo avuto il piacere di conoscere due persone professionalmente e umanamente meravigliose: Anna Gesualdi e Giovanni Trono.

Ma cos’è il TeatrInGestAzione? Sul loro sito si legge:

“Il TeatrInGestAzione, fondato a Napoli nel 2006 da Anna Gesualdi e Giovanni Trono, è un organismo creativo intersoggettivo che produce, indaga e dà forma a opere e interventi artistici di natura teatrale e interdisciplinare, progetti curatoriali, laboratori di ricerca e formazione e progetti di teatro in ambito sociale.”

Eh sì, cosa certa è che non si può che rimanere impressionati dai progetti e dalle iniziative da loro portate avanti. La loro attività sembra permeata da una costante ricerca di spazi a cui togliere la loro primitiva funzione per poi riassegnarli in modo nuovo e corale. Un principio poi espresso nella riassegnazione linguistica dell’arte, dell’architettura e del teatro. Una riappropriazione sociale e socializzante. La riproposizione di un Bauhaus, sede di studio e di sviluppo del pensiero e dell’azione.

E’ proprio vero che l’alchimia che lega le persone talvolta ha risvolti davvero imperscrutabili.

[Ernesto] Salve ragazzi.

[Giovanni, Anna] Ciao Ernesto.

[Ernesto] E’ difficile descrivere voi e le vostre molteplici attività. Ci vorrebbe un tempo decisamente più lungo. Quest’estate abbiamo assistito al vostro “Na-Creature Long Play Track

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In questa rappresentazione, così come in molti altri vostri lavori, troviamo diversi spunti di riflessione. Vi vediamo come dei costruttori di linguaggio attraverso un collettivo e continuo lavoro di ricerca esplorativa ed espressiva.

E la modalità di questa ricerca può anche portare all’uso di mezzi assolutamente innovativi, come i tablet attori in scena, ma affonda le sue radici in un ampio patrimonio culturale. Vi sentiamo impegnati nel sociale e in progetti dove la “mission”, se così posiamo chiamarla, è nel mutamento.

Ovvero generare processi culturali capaci di sviluppare coscienza critica e costruzione di una società più giusta e più rispettosa delle altrui dignità.

Non può morire il cambiamento e questo, di fatto, è anche il nostro fine. Deve esistere la reversibilità. La possibilità di una riconquista, di un riscatto nella vita.

[Anna] Da subito posso dire una cosa che è un po’ la sintesi ma anche il bacino nel nostro lavoro.

Un cambiamento, per quanto circoscritto è sempre parte di un più ampio processo.

Quindi diciamo che ciò che dà vita al “movimento”, che è un termine migliore rispetto a “cambiamento”, è la creazione di uno spazio linguistico e questo per noi ha a che fare sia con la dimensione poetica e tutto ciò che l’anima sia con la dimensione politica ovvero il luogo della manifestazione nella comunità.

Per noi è fondamentale non imporre un linguaggio ma, durante i processi di creazione cerchiamo di fare e farci delle domande su di esso. Dove questo avviene è teatro che è un luogo della lingua dove la lingua è luogo della politica. Il sociale ne è diretta conseguenza.

[Giovanni] E’ una conseguenza non primaria nell’intenzionalità in quanto l’aspetto primario è sempre quello di attuare uno spostamento dell’orizzonte linguistico, contaminandolo, cercando di aprire spazi tra le parole, in mezzo e tra esse, in modo tale che le parole possano diventare luoghi da abitare.

Solo allora si può davvero andare in fondo alle cose, con maggiore consapevolezza, ma anche producendo il nuovo. Tenuto conto che tutto quanto è attorno a noi, è costruito con il linguaggio. Infatti noi pensiamo come parliamo. Costruiamo come parliamo. La stessa filosofia si poggia sul linguaggio. Prima nasce il linguaggio e di seguito la filosofia che si poggia su di esso. La grammatica è l’essenza del linguaggio, la sua base ma è anche la visione del mondo.

[Anna] Il termine “parola” non deve essere visto solo come descrizione “da dizionario” ma piuttosto come un segno prodotto che sappia dire. Infatti si parla “della parola immagine” e “dell’immagine parola”.

[Ernesto] Per i “CüntaSú” il linguaggio è un tema assai caro ed è trattato in molte nostre iniziative.

Maurizio Trezzi, docente presso la Facoltà di Comunicazione dello IULM, intervenuto alla giornata sulle disabilità da noi organizzata, ha detto: “La prima cosa che deve cambiare in una società che vuole evolvere è il suo linguaggio. Dalle parole segue un materializzarsi nella mente di concetti e immagini che, in una società che muta evolvendosi, deve cambiare”.

La parola sedia a rotelle, nella mente, può evocare l’immagine di una sedia munita di ruote con sopra un paraplegico e il pensiero derivante potrebbe essere: ”poverino, è menomato, gira sulla sedia a rotelle” –  la parola restituisce l’immagine di uno svantaggio, di una diseguaglianza.

Ma se alla sedia viene associata l’immagine di un oggetto, magari frutto di una tecnologia all’avanguardia, performante, posso affermare la condizione che la persona che la usa è fortunata perché è seduta su un mezzo portatore d’uguaglianza.

Il medesimo atto linguistico dovrebbe essere generalizzato come pratica comune, invece permangono stereotipi, immagini assolutamente fuori tempo e luogo e questo perché il linguaggio non viaggia di pari passo con lo sviluppo di una società. Anzi forse è opportuno affermare che è proprio la società in sé che ha bisogno di una maggior consapevolezza per potersi evolvere.

Bene. A me pare che il vostro tipo di attività abbia la capacità di fare proprio questo. Generare strumenti di evoluzione e crescita del linguaggio e della consapevolezza legata ad esso.

[Anna] Ti rispondo. Per noi è importante, ogni volta che iniziamo un processo creativo, definire lo spazio per una nuova lingua non imposta perché questa emerga come fatto meccanico.

La lingua è come una magia, quindi lo spazio che viene a generarsi è come se fosse lo spazio sacro della lingua. In questo senso il teatro, per noi, è il luogo della lingua per antonomasia, è il luogo più politico che esista ed è anche il luogo più religioso che esista.

Perché in quel luogo la lingua nasce, sorge come fatto nuovo, priva di imposizioni. Come se in ogni lavoro venisse ad essere corrisposta una nuova sorgente e noi cresciamo insieme a quella lingua lì.

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[Giovanni] Sì, tornando alla condizione politica, ogni qualvolta si parla, in un certo senso si negozia il senso di sfumatura delle parole che diciamo, quindi ogni qualvolta si ragiona su un testo o su un gesto, anch’esso linguaggio, si negozia sempre, ovvero si fa atto di politica sociale.

Per noi la questione teatro è cercare di porlo nuovamente come un evento sociale e dentro quel sociale, viene a definirsi il senso di quella negoziazione sopra espressa.

Nel senso che intorno ad esso viene a crearsi una comunità temporanea di persone che si muove attorno ad uno specifico lavoro ma, contemporaneamente, quella stessa comunità si apre ad un’altra comunità più ampia attraverso l’esposizione di quegli atti di negoziazione che sono stati prodotti durante il lavoro di preparazione, come se fossero gli atti di un convegno. Rendendo quindi la negoziazione avvenuta un fatto pubblico.

Se poniamo il teatro come un luogo in cui si definiscono le distanze tra individuo e individuo, allora la diretta conseguenza è il dover definire la vicinanza e il peso delle parole e delle loro sfumature. Da cui ne derivano le sfumature del gesto prima e di un discorso poi.

Ne consegue che poi anche il discorso diventa un luogo abitabile non soltanto il linguaggio in sé.

[Anna] E questo, va da sé, ci porta a non dare necessariamente priorità all’impianto scenico, alla struttura della scena.

Se pensiamo a “NA-CREATURE” come dicevi tu ci sono i tablet, sì sono dei segni più riconoscibili magari per chi ha una certa età. Però per noi, gli elementi sulla scena non sono mai funzionali alla scena o al racconto ma sono essi stessi la scena e il racconto. Cioè noi non lavoriamo mai sulla funzione perché tutto lo spettacolo è funzione del discorso.

[Ernesto] Giusto per capire, proviamo a focalizzarci su qualcosa di concreto, “Na-Creature”.

Il suo percorso scenico sembra evolvere lì, in quello stesso istante.

Un po’ come accade durante le sessioni di espressione corporale. Dove nella ricerca di un equilibrio tra corpo e spazio, tra l’individuo in dialogo interiore e lo spazio condiviso viene a nascere lì, in quel contesto, una nuova espressione linguistica fatta di corpi, suoni e luci che già di per sé è base per una rappresentazione teatrale.

Spesso le nostre performance teatrali nascevano così.

Ecco, “Na-Creature” sembra costruita così.

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Se ho capito bene, se è vero che i tablet sono altrettanti specchi di Dionisio, questi non sono solo un compendio alla scena, ma essi stessi sono attori. Che nel loro essere immobili, nell’amenità delle immagini proposte, parlano. Sono anche gli spettatori di un destino che sta per compiersi ma, ciechi, non trasmettono l’immagine del mostro che è lì sornione, pronto a ghermire.

La coscienza di quanto sta accadendo è sopita, così intenta a guardare immagini amene, che non danno l’allarme sul pericolo imminente.

Questo ha sicuramente una valenza nel sociale. Racconta del rischio di divenire vittime in un contesto sociale degradato come spesso accade nelle periferie di molte città.

Esprime la condizione di essere attratti da immagini che esprimono una realtà definita solo da un lessico soggettivo mentre la verità ti coglie di sorpresa divorandoti.

Altro aspetto notato in “Na-Creature” è stato l’uso di non-attori.

[Anna] I cosiddetti “presi su piazza”. Inseriti proprio come elementi del progetto il giorno prima.

E’ parte di un concetto quale città educante che investe i temi dell’infanzia e dell’adolescenza dove Napoli è solo un luogo di partenza ma la valenza è con tutti i centri abitati. Avevamo bisogno di un elemento nella struttura della scena che fosse meccanico e che scongiurasse in senso assoluto lo stereotipo napoletano.

Napoli è tant’altro ma è anche vittima della sua narrazione.

Il lavoro ci è stato commissionato dalla Fondazione Feltrinelli nell’ambito di “Atlante degli immaginari” un progetto di innovazione culturale tra i territori italiani.

Sono state scelte tre città, tra cui Napoli, e il tema a noi assegnato è stato quello sull’educazione. Quindi volevamo attuare un espediente che rompesse lo stereotipo di Napoli e che invece restituisse la nostra ricerca sull’archetipo.

Durante il percorso di ricerca è accaduta, purtroppo, la morte di Ugo Russo. Non per questo ci siamo prefissati lo stereotipo dell’adolescente napoletano accalappiato dalle promesse della camorra. Questo è cosa vera, accade, ma il territorio reagisce tantissimo a queste situazioni e queste reazioni non sono quasi mai manifeste nelle narrazioni.

Quindi noi avevamo bisogno di dire che Ugo Russo non è un adolescente napoletano ma solo un adolescente, punto.

E il punto non è la rapina ma la fascinazione, il punto è che nessuno di noi può dirsi adulto oggi. Il punto è che oggi il capitalismo ci vuole tutti adolescenti. Ci mantiene in questa condizione perché gli conviene. Ci siamo quindi interrogati su come far emergere tutto questo senza subire l’idea stereotipata di Napoli.

Quindi abbiamo immaginato di mettere in bocca le parole dello spettacolo, scritte in una forma poetica, ad un adolescente preso di volta in volta nel luogo dove avviene la rappresentazione, assieme a tre donne, che, non attrici, già nella realtà quotidiana sono persone coinvolte nella sfera educativa.

Nel caso di Milano ad esempio, l’adolescente, chiamato a partecipare il giorno prima è stato un quindicenne milanese di nome Leonardo e le tre donne erano educatrici a vario titolo in Milano. Quindi di fatto la rappresentazione, a secondo del luogo in cui ci troviamo, tratta di un adolescente del luogo stesso. Vi è poi un altro elemento importante introdotto, sempre necessario a creare la distanza con lo stereotipo rendendo lo spettacolo sempre più attinente al luogo in cui viene rappresentato. Si tratta di un elemento meccanico, ovvero, l’incedere insicuro nella lettura dei testi, perché poco provati, che per noi riguarda l’elemento della crescita. Tutto questo è stato fatto ad hoc, per sfuggire allo stereotipo.

Stiamo parlando di un adolescente e quindi le parole lette “all’impronta” dall’adolescente, sono costruite per riflettere sulla vicenda di un adolescente e invece le parole dette dal coro docenti sono state prese da un trattato di balistica che spiega cosa accade ad un cervello quando viene perforato da un proiettile. Sono parole scritte in modo scientifico, gelido, come fosse una lezione, che in realtà è una lezione di vita. Perché poi sono sostanzialmente riferite a quanto accaduto a Ugo Russo, intervallate da interviste prese dai giornali espresse con un parlato non emotivo ma informativo, da notizia.

Quindi nel concreto: c’è la struttura che crea quello spazio sacro di cui si diceva all’inizio.

Una struttura in realtà meccanica, come il teatro greco, il “Deus ex Machina”.

Il dio si invoca ma sapendo che apparirà. Perché deve apparire. Altrimenti non c’è teatro.

[Ernesto] Processo decisamente laborioso.

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[Giovanni] Rispetto alla questione “specchio”, noi siamo partiti dalla tragedia greca, infatti anche parti del testo cercavano di ricalcare quel filone, quello della tragedia e la tragedia non è solo la morte di Ugo Russo che di per sé è un fatto tanto doloroso quanto inquietante, ma la tragedia è il discorso attorno alla morte.

La morte di Ugo Russo diviene pretesto, così come la morte di Antigone o di altri per parlare della questione della morte, insita nella natura umana.

Una tragedia già annunciata, nel fatto che la morte è già saputa, si sa già che si morirà così come si sa già che la società non è perfetta e che quindi genererà fragilità che soccomberanno.

Abbiamo preso il mito di Dionisio perché il dio vede i titani che lo stanno per sbranare ma al contempo vede sé stesso nel paesaggio titanico che lo sbranerà.

Quindi Dionisio e i titani sono la stessa cosa. La grande tragedia sta nella domanda di accettazione di questa natura umana che divora sé stessa. Ugo Russo e il carabiniere che lo uccide sono entrambe giovani, sono coetanei e sono la stessa cosa. Non sono diversi così come non lo sono Dionisio e i titani.

[Ernesto] Gli stessi spettatori che guardano i tablet e quindi tutto l’impianto scenico sono anche loro tanti Dioniso

[Anna, Giovanni] Esatto, assolutamente sì.

[Ernesto] Emerge anche la condizione che, da qualunque parte stiamo, in seno ad una società, di una qualsiasi società, continuiamo ad essere dei Dionisio, ovvero parte di un contesto che ci divora e si autodivora.

[Giovanni] Assolutamente sì. Infatti la questione della riflessione, il riflettersi in qualcosa era una delle questioni che noi volevamo venisse fuori dal lavoro. Cioè io mi rifletto in qualcosa quando mi sento coinvolto, mi sento parte di qualcosa e ovviamente noi abbiamo cercato il tema. Il tema era pesante perché la morte di un adolescente significa la contemplazione di tutta una serie di responsabilità che hanno condotto la storia a quella tragedia. La storia sociale, personale, comunitaria a quella tragedia. Ovviamente puntare il dito su un’unica responsabilità è ingenuo se non incauto. Questo perché, data la complessità del genere umano diventa molto difficile sezionare le questioni potendo poi dire questo è causa di quello e quindi stabilire in modo chirurgico le responsabilità. La domanda che volevamo scaturisse dal lavoro era: quale parte ho io in questa tragedia.

[Anna] Un’altra questione per noi niente affatto semplice è stato trovare uno spazio assolutamente non giudicante. Nella sospensione di giudizio.

Nel senso che il fenomeno che io osservo è un fenomeno storico e astorico contemporaneamente, che avviene nel momento in cui avviene ma potrebbe essere avvenuto cento anni fa o potrebbe avvenire tra cento anni.

Possiamo interpretarla come storia del genere umano ancor prima di contestualizzarla nella comunità di riferimento nella quale faceva parte Ugo Russo e quindi si impone come riflessione su tutto il genere umano.

Per questo era così necessario staccarci da uno stereotipo di tipo napoletano. Per staccare la riflessione da un contesto locale e affidare il ragionamento ad un livello più universale.

Tornando poi sulla riflessione di Giovanni sulle responsabilità collettiva, nel momento in cui il teatro può ritornare ad essere un evento sociale, questa è la domanda che deve scaturire nelle persone. Ovvero, io che parte ho in ciò che vedo. Io parte di un sistema non come individuo ma come co-individuo, poiché noi siamo le relazioni che abbiamo costruito, le relazioni che ci circondano. Quindi in realtà l’individuo non esiste. Esiste solo il co-individuo.

[Ernesto] Perdonatemi ma ho necessità di chiarirmi le idee. Cercando di dare forma al concetto di co-individuo, credo sia opportuno appunto stabilire il senso relazionale. Mi spiego meglio. Se da un contesto preleviamo un singolo individuo e lo caliamo in un altro contesto, ci sono ottime possibilità che nel nuovo contesto, dopo un certo periodo di assestamento, l’individuo venga a trovarsi in situazioni analoghe a quelle in cui si trovava nel primo contesto. Stesse problematiche, stesse dinamiche, stessi stati d’animo ecc. Questo a mio avviso vuol dire che l’individuo è di per sé un universo. La sua centralità si esprime in un modo singolare e unico, elabora i dati provenienti dal mondo esterno e li interiorizza secondo il proprio bagaglio emozionale-affettivo-cognitivo-psichico.

Messo a contatto con altri individui interagisce determinando di fatto l’universo attorno a sé. Come un ingranaggio tra gli ingranaggi esplica la sua funzione soggettiva.

Mi viene in mente a tal proposito il leaderismo dove si hanno sì i co-individui ma solo a senso unico e il leader non lo è affatto in quanto soggetto unico. Specialmente in casi limite come a titolo d’esempio e estremizzando, Hitler o Gandhi. In questo caso i co-individui sono gregari tra loro e il leader, centro del proprio universo espande la propria volontà sugli altri riuscendo per altro a mettere gli altri in una condizione di infatuazione spesso priva di logica.

Sicuramente le interrelazioni tra gli individui avvengono attraverso il linguaggio che è un tramite fatto di associazioni di immagini rappresentative di ogni singola parola verbale, fisica o concettuale e diventa sicuramente rivoluzionario lavorare per riuscire ad assegnare immagini diverse alle parole, regalando loro un significato nuovo, portatore di azioni nuove.

Guardandoci attorno sembra quasi che la nostra società sia solo composta da quello stereotipo generalizzato che è quanto ci circonda.

Un mondo abulico, incapace di prendere nelle proprie mani le sorti del proprio sociale se non attraverso quel grande fratello composto dai social.

Ma è davvero tutto qui? Oppure siamo noi che per mancanza delle parole giuste non siamo in grado di entrare in contesti che hanno un linguaggio diverso dal nostro. Sono sicuro che contesti a me sconosciuti ma non sconosciuti ai miei figli siano meta di un mondo vivo, colorato e rivoluzionario, capace di formulare il nuovo. E siamo noi che dobbiamo imparare il loro linguaggio.

[Giovanni] Comincio con il risponderti sulla prima questione ovvero che un individuo staccato dal suo contesto sociale e messo in un nuovo contesto sociale continuerà a mantenere caratteristiche sue. Beh questo è ovvio perché ogni essere umano è un essere storico cioè noi siamo quanto abbiamo già vissuto e questo viene iscritto nella nostra storia innanzitutto emotiva.

La mappa emotiva dei bambini si scrive nei primi tre anni di vita e la mappa emotiva ha a che fare con le distanze e le vicinanze, la geometria degli affetti che ovviamente al loro interno contengono anche le paure. Ovviamente un essere umano che cresce in un determinato contesto si scrive addosso gli archetipi e tolti quelli, che possediamo dalla nascita, che sono del tutto naturali e che non hanno a che fare con l’umanizzazione nella declinazione animale uomo, i restanti li scriviamo attraverso le relazioni.

Ora certamente il fatto che noi siamo delle rotelle all’interno di un grande meccanismo ha proprio a che fare, con il fatto di essere dei co-individui. Per me il mondo, la società ha l’aspetto di

una specie di groviglio, un entanglement come diremmo nella terminologia quantistica. Un groviglio dove le relazioni tra le parti sono molteplici e, se tiri un filo, avvengono molteplici “spostamenti” capaci di modificare tutta la dinamica della società. Ogni parte del groviglio è influenzato e influenza a sua volta l’intero groviglio. Quindi sono perfettamente d’accordo su questo.

Per quanto riguarda invece la rivoluzione nel senso che dicevi tu prima e rispetto ai giovani, io questo non so dire. Di sicuro io evito di pensare che sia tutto finito e questo proprio da un punto di vista personale.

E’ chiaro che chi nasce adesso nasce in un contesto molto complicato e questo è una delle cose che volevamo venisse fuori con “Na-Creature”; chi nasce adesso nasce in una selva, in una foresta di stimoli, di affascinazioni. Una foresta difficile da districare e nella quale da soli si è veramente persi. Pur tuttavia, almeno tra le persone giovani che conosciamo, c’è chi ha un’idea, una direzione e degli archetipi sani. Ovviamente queste persone dovranno essere sufficientemente forti da tirarsi appresso gli altri.

C’è una cosa tuttavia che mi rincuora ed è che la società in cui viviamo tende a costruire individui e co-individui che possono solo ripetere ma c’è ancora qualcuno che riesce a dire. A un certo punto, solo quelli capaci di dire potranno tirarsi appresso quelli che sono capaci di ripetere.

Ovviamente non per loro colpa ma perché i contesti e le condizioni sociali in cui vivono e sono cresciuti non gli hanno dato la possibilità di sviluppare un pensiero totalmente proprio. Il proprio inteso nella coscienza di quanto abbiamo attorno, di quanto si dice e anche nella capacità di scegliere contro sé stessi.

E per me è il principio fondamentale della democrazia. Io voto non per il mio interesse ma per l’interesse della comunità. Anche se questo va contro il mio interesse. Cosa questa assolutamente contro natura ed è molto difficile da far passare.

[Ernesto] Ma voi riuscite a vivere la città di Napoli oppure per progetti vari siete sempre in giro per il mondo?

[Giovanni] Ci capita di girare ma il punto di riferimento rimane Napoli, città che amiamo ed è sempre stimolante più che da un punto di vista performativo, per la sua umanità e poliedricità. Anche perché è un punto di riferimento per le persone con cui lavoriamo. Poi ora abbiamo in essere un progetto nelle carceri di Poggioreale e quindi siamo lì.

A Malta dove abbiamo portato avanti un progetto, qualcuno aveva detto che noi dobbiamo rimanere vicini alle fragilità perché sono un termometro per capire. Così come i canarini che venivano portati nelle miniere come segnale per la fuga del Grisù, così noi dobbiamo rimanere vicino alle fragilità per capire in che direzione sta andando la nostra società. Quindi avere un canarino sempre vicino e monitorare il canarino che è la fragilità, significa capire in che direzione stiamo andando. Ovviamente questo per impedire al povero canarino di morire e con lui la stessa società.

[Anna] Giusto per rimanere nella metafora, occorre anche non tenerle in gabbia le fragilità.

[Giovanni] Ovviamente. Sarebbe bello vivere con accanto un canarino libero.

[Anna] Eh sì, giusto per non essere per forza bollato come fragile.

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Del resto noi abbiamo messo come simbolo in “Na creatura” il pinguino. Ci abbiamo ragionato molto su questa immagine che è venuta fuori un giorno mentre lavoravamo”. Sono quelle intuizioni che capisci dopo. Perché lo abbiamo accettato? Perché ci ha colpiti tutti quanti?

Beh, per diversi motivi; innanzi tutto perché è ipnotico e poi il pinguino è un uccello che non vola. E questo perché? Perché immerso in un contesto particolare, l’evoluzione stessa non l’ha fatto volare.

Ma la domanda che ci viene istintiva è: dove vola il pinguino?

[Ernesto] In mare??!!!

[Giovanni] Quindi c’è il contesto, l’evoluzione che ti circonda ti dà la possibilità di fare delle cose, inclusa quella di tradurre la tua attitudine al volo in un altro fluido.

[Anna] E poi è un animale che presenta aspetti di transizione tra la terra e le profondità marine. Quindi questo elemento di transizione è anche la transizione mancata tra adolescenza e mondo adulto. E’ anche un animale psicopompo, traghettatore di anime, quindi ha in sé quella capacità di trasportarti, di muoverti. Senza necessariamente capire cosa ti sta accadendo.

Come abbiamo detto prima, il lavoro nasce sempre da uno spazio concreto, tra i corpi, quindi da una dimensione laboratoriale ma nel senso chimico, di trasformazione del segno o simbolismo e quindi alla fine poi il segno lo riesci a leggere solo quando il viaggio è compiuto e in quel pinguino che andava verso il mare ci si ritrovavano tratti della leggenda di Colapesce, che poi è uno dei simboli di Napoli non folcloristici ma letterari. E’ la Napoli che più ci piace, la Napoli letteraria, filosofica

[Ernesto] Infatti la tradizione culturale napoletana è una delle più antiche. E’ stata anche una delle prime università.

[Anna] Esatto. La prima università laica in Europa. La Federico Secondo.

[Tratta dal libretto di Welcom to Socotra]

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