[di Anna Roberto]
“BLU RICORDO” di EMILIANO CRIBARI

[Copertina libro “BLU RICORDO” di E. Cribari Edizioni EMUSE]
Questo libro è un taccuino di viaggio scritto e fotografato nella terra di Calabria, dall’Aspromonte al mare, tra “lucertole, ulivi, muri a secco, silenzio e sudore”. Un invito a mettersi in cammino. Un invito alla memoria. Un taccuino che l’autore ha sempre pensato letto con la musica. Dove, anzi, la voce arriva prima dell’inchiostro e la parola è detta, è cantata.
..
Dalla Calabria vengono i nonni di Emiliano. Nonno “Antonio, detto Tonino o Totonno o Totò”, che emigrò a Firenze da Cosenza nel 1967 e nonna Filomena “ironica, tenera, incapace di respingere una scusa”, che nacque a Diamante, sul mare.
Ma la Calabria è solo un pretesto, perché il vero viaggio è quello dentro ognuno di noi. “Da dove arrivo? Dov’è che sto bene? Ovunque ho un altro me che vorrebbe restare e che vorrebbe partire”.
Una narrazione di parola poetica e fotografie. Quelle scattate da Emiliano durante il cammino colme di malinconia, di qualcosa che si rischia di perdere per strada. “Io fotografo le crepe con la stessa passione con la quale zia Flora, la mattina presto, andava in chiesa. Io prego il passato”.
E quelle del nonno. Centinaia di fotografie ritrovate in una scatola, visionate e catalogate in un anno di lavoro inquieto, nell’urgenza di ridare loro significato e luce, perché quell’uomo con la passione della fotografia, probabilmente si accorge che negli anni ’60 e ’70 l’eccesso di modernità e consumismo sta distruggendo quel mondo che invece andava preservato e conservato, “che quei visi attorcigliati nelle rughe, prosciugati dagli stenti, presto si sarebbero estinti”. E attraverso la fotografia “traghettava la nostalgia”. Fotografie che restituiscono un tempo che ci arriva addosso struggente e sospeso.
Gli incontri con Emiliano Cribari sono un flusso di racconti nel racconto che si propaga come intorno a un fuoco. Uno sfogliare ininterrotto di ricordi che si affacciano alle luci del sud, alle sue voci calme “ti alzasti?” “assèttati” “addui vèni”, tra “Statue di fichi d’india nella Calabria grecanica scheletrita”, ne “gli odori indisturbati del passato” e poi nell’odore del mare “Quell’odore mielato, resinoso, avvolgente, che annuncia le spiagge, che offre ombra, refrigerio, concentrazione. Lo porta il vento”.
Blu Ricordo è soprattutto un camminare. Tra i paesi sperduti e abbandonati “Dove si trova conforto nella spiazzante gentilezza della gente del Sud”, dove “Un cortile, una sedia, due lenzuola stese al sole soffiano nella direzione opposta al mare”.
“A cosa pensa l’uomo solo seduto su quella panchina? Le braccia tese lungo il corpo come se dovesse ancorarsi al paese per non essere strappato via”.
Nella scrittura di Emiliano Cribari si sentono i passi che per trovare il sentiero devono “tuffarsi nella secca del fiume, tra sterpaglie disossate dal ricordo”, si sente la “folata di basilico (che) allaga il mattino” e la strada che sotto i piedi, da Brancaleone a Pietrapennata “prima si restringe poi si sbriciola”. “Le porte, le panchine, le cose appoggiate con l’arte del caso”. E “Ferruzzano vecchio (che) prosciuga ogni parola”. A Careri puoi ascoltare “il silenzio delle mosche, la geometria mediterranea delle ombre”. Ad Africo vecchio puoi “semplicemente ascoltare”.
“Sia benedetto questo caldo, questo sole; siano benedetti i pruni della macchia che bevono sangue dalle ferite”.
Ogni riga è cesellata, cinematografica, asciutta. Una scrittura fatta “quando il corpo esulta”. Sincera e vera. Lo avverti. “La mia è una poesia fatta di scarti. Di case spente, di avanzi. Di cose piccole, abbandonate”. Come le sue fotografie, ridotte all’essenziale, a cercare “il punto più acuto delle emozioni, in cui scova “quell’inesprimibile segreto”. Uno sguardo sempre nuovo posato sulle cose, uno sguardo che riesce a stupirsi perché torna bambino.
In questo libro Emiliano Cribari apre il cuore al suo vissuto, senza difese, aggrappato al mondo che gli si apparecchia davanti agli occhi, “alla gioia animale di essere qua”. Il passato tenuto stretto e assunto per immaginare il futuro.
Per me che vivo in una città dai ritmi deliranti, convulsi e forsennati, dove il cielo è soffocato e gli incontri fugaci, dove il respiro affanna e la sera ti chiedi perché non posso vedere le stelle, leggere Emiliano Cribari è come un riscatto. Perché posso rallentare, posso respirare, soffermarmi sul dettaglio, sulla virgola, sul muro scrostato. “Vieni a vedere il muro che ha costruito mio nonno”.
E da quel muro torno a Pier Paolo Pasolini, alla sua periferia romana, alla “città stupenda e misera”, alle sue strade sacre e profane di “straziante” bellezza. In una lettera a Silvana Mauri, Pasolini scriveva «Roma, cinta dal suo inferno di borgate, è in questi giorni stupenda: la fissità, così disadorna, del calore è quello che ci vuole per avvilire un poco i suoi eccessi, per denudarla e mostrarla quindi nelle sue forme più alte»

Nei versi di Pasolini si riversa tutta l’umana crudeltà di una città che si sta trasformando e che avanzando, distrugge. Eppure, la disperata bellezza si può ancora trovare tra le rughe di “povere voci senza eco” e “nelle canottiere a pezzi di deperiti e duri ragazzini”.
Le “canottiere a pezzi, nei grigi, bruciati calzoncini” di Pasolini come “i cortili, i muri a secco (…) le case sventrate, bucate, imbrattate, abitate soltanto dai cani” di Cribari.
Una feroce critica al potere della società dei consumi e alla modernizzazione che ha portato ad una velocissima distruzione del paesaggio italiano e alla sua sparizione, alla cancellazione della sacralità dei luoghi e della memoria storica.
Ecco, quindi, infine la domanda assillante: serve narrare, oggi? In questi tempi in cui sovrasta il caos, in cui tutto è il contrario di tutto, in cui perdere la mèta e il sentiero è affare quotidiano. Serve la poesia? Fotografare? Camminare?
Sì. Più che mai. Oggi più che mai.
Per riconoscersi, per ritornare a se stessi, alle piccole cose, ai piccoli luoghi, al saper fare con le mani. Per non perdersi. Per continuare a cercare. A guardare.
“Mi resta ancora da capire (…) che senso ha l’attesa sui muretti scortati dall’ombra, fissando le foglie dei fichi. In quest’ora da bambino ero felice ma non lo sapevo”.
E “Forse siamo vivi se ci manca una tappa, una mèta da sognare”.
…
Un ringraziamento a Grazia Dell’Oro che ha pubblicato per Emuse quest’opera di Cribari e che nell’introduzione, riprendendo Errante -il primo libro pubblicato insieme-, scrive ”Dopo il suo errare, la raccolta si chiude con la parola rivoluzione. Mi allieta e mi solleva pensare che si possa ancora usare (…). Forse ancora non avevo intuito fino in fondo che la rivoluzione più sottile sta proprio nello stringersi nella fiducia verso la poesia”.
Scrivi un commento