[Prefazione al libro di Wissal Houbabi]

UN REPORTAGE A FUMETTI

Fumetto Tratto da Donne Terra Dignità autrice A. Selva

 [Fumetto Tratto da “Donne Terra Dignità” di ANTONELLA Selva – Ed. Astarte]

 .. ascoltarsi dalla terra –  Mai penseremmo che mangiare sano sia esso stesso frutto di lotte e resistenza, eppure, la speculazione e il capitale sono disposti a disintegrare qualsiasi aspetto della nostra vita, anche ciò che è più vitale e necessario, è un’amara constatazione ma ormai lo sanno anche le bambine: c’è un padrone per ogni cosa.

In un mondo capitalista dove i padroni hanno il diritto di essere padroni (!), è chiaro che pensare alla libertà implica andarla a cercare altrove, non nella capacità di acquisto, non nel potere del singolo, nemmeno nella comodità.

“La libertà è una lotta costante”, così dice Angela Davis, ma tralasciando l’impatto da aforisma, da frase retorica, non c’è nulla di più vero.

Per pensare alla libertà bisogna prima di tutto osservare ciò che viene “venduto come libertà” e lottare contro di esso.

Persino i valori sono pregni di capitalismo, anzi, si può presumere che se persiste in forma così invasiva, evidentemente, è perché si è costituito dapprima come ideologia violenta ed egemonica, successivamente come modello unico e impercettibile, come normalità.

Ciò che io interpreto da questa affermazione di Davis è la forza di andare contro, cercare la via che non tradisca la coscienza, molto spesso è faticosa perché non ha cemento ne direzioni, perché è la forza di un noi e non dell’Io, perché ascolta la Terra e accoglie le differenze rispettando la natura e i processi che la caratterizzano.

[Copertina di "Donne Terra Dignità" autrice A. Selva]

[Copertina di “Donne Terra Dignità” di ANTONELLA Selva – Ed. Astarte]

“Donne Terra Dignità”. Quest’opera mette a confronto due esperienze di lotte per la sostenibilità agroalimentare, due paesi mediterranei affacciati a storie interconnesse, due paesi che mai sono stati raccontati a confronto ma sempre come uno che studia l’altro, come uno che ha bisogno dell’altro, come uno che ha paura dell’altro, come uno che sfrutta l’altro…

Questa è la grande forza di questo racconto: non vende pietismo né paternalismo, è un piacere che in pochi sono disposti a provare.

Così come trovarsi in una lotta comune, tra uomini e donne, le gerarchie imposte e le oppressioni non solo sono ingiuste, ma anche strategicamente stupide.

Con gli occhi da contadini, da fiere e libere contadine, la terra è il principio dal quale riconoscersi e costruire comunità, e liberarsi dalla speculazione e dagli squilibri imposti da un sistema fatto per preservare gerarchie.

Di certo la terra non sa tradire se stessa, di certo la terra comunica con ogni singolo essere umano allo stesso modo e con lo stesso ascolto.

Il cemento soffoca, persuade la nostra stessa capacità di incontrarci, paradossalmente, sembra una grande stazione del treno: via vai nei binari di auto, moto, bici, piedi, via vai di ingranaggi nelle proprie postazioni, via vai di consumo per il consumo, per consolarsi da ore di lavoro percepito come furto di tempo.

Queste due esperienze così lontane e simili, si sono confrontate riconoscendosi come una lotta più grande, per un principio di dignità.

[Tratto da Donne Terra Dignità di ANTONELLA Selva – Ed. Astarte]

Trattasi di un’opera di graphic journalism scritta e disegnata da Antonella Selva, in breve la storia:

In un villaggio dell’entroterra marocchino, negli altipiani tra la capitale Rabat e la cittadina di Khemisset, minacciati da una siccità crescente, una piccola comunità contadina si sta spegnendo poco a poco a causa dell’abbandono e dell’emigrazione.

La vita, da sempre dura per i contadini senza terra, peggiora ulteriormente nei primi anni 2000, dopo che il demanio statale, proprietario dei terreni su cui sorge il villaggio, li concede a un notabile del luogo, deciso a disfarsi degli abitanti per mettere a profitto le terre.

Ma “il parlamentare” non ha fatto i conti con l’intelligenza e la determinazione degli ultimi abitanti rimasti.

Grazie a una inedita alleanza con un un think tank dell’università di Rabat, sorprendentemente avanzato, e ad un impetuoso protagonismo femminile, riescono a far rinascere il villaggio come modello di transizione ecologica.

Il percorso di lotta affronta alcuni nodi particolarmente spinosi che vengono commentati, come un coro greco, da esponenti della comunità “neo-rurale” dell’Appennino bolognese.

Domanda rivolta all’autrice: perché proprio lì, nel minuscolo villaggio di Lambarkiyne, frazione di Brachoua? 

“Mi è rimasto per anni un interrogativo: perché lì? Perché proprio in quel villaggio e non in altri, che magari versavano nelle stesse condizioni, si è potuta verificare la stessa magia?

Quali ingredienti hanno permesso che un percorso eccezionale si realizzasse in quel villaggio?

E questi ingredienti esistono proprio solo lì?

Finalmente nell’autunno 2022 ho avuto l’opportunità di soggiornare a Brachoua e intervistare a fondo le protagoniste e i protagonisti del villaggio.

Mohamed Rafia Boukhbiza (non siamo più marito e moglie, ma la nostra collaborazione è sempre forte), frequentando il villaggio, aveva capito le motivazioni profonde, sociali e politiche, che avevano sostenuto la rinascita ambientale e aveva pensato prima di me che sarebbe stato bello scriverne.

Ed eccoci qui.

Quella di Lambarkyine – Brachoua è una storia di riscatto sociale e di lotta che pone al centro la terra e il protagonismo delle donne che ne lavorano i prodotti: è una storia vera, ma se non lo fosse si sarebbe dovuto inventarla!

E non stupitevi se ho chiamato per commentarla delle persone che hanno scelto di riavvicinarsi alla terra dell’Appennino bolognese: non crediamo ai confini, la terra è madre di tutti i popoli”.